Il dialogo tra Francesco d'Assisi e Luciano Schifano è tanto lungo quanto intenso. Non so quando sia davvero cominciato: mi piacerebbe sapere quando e come sia avvenuto l'incontro fra il giovane, forse giovanissimo, forse bambino Luciano e il Povero di Assisi. Tra le pareti domestiche, nei sereni colloqui durante i quali, pian piano, si squaderna il mistero della vita? Nei colori accesi e forti, seppur delicati, della sua terra natale? Sui banchi di scuola, tra le mura delle severe aule in cui troppo spesso si tramanda un sapere convenzionale e retorico, ma qua e là può anche capitare - grazie magari a un insegnante speciale, a uno di quei momenti irripetibili in cui davvero la scuola e la vita sembrano coincidere - di cogliere il nucleo e il centro del mondo, di sentirsi attraversati da un'intuizione indimenticabile, di quelle che si riveleranno poi fondamentali per tutta la vita?
Certo, l'incontro importante di Schifano con Francesco - e quello nostro con entrambi, significativamente uniti - si ebbe circa un ventennio fa, nel settembre 1981, quando Luciano Schifano presentò il suo splendido e molto discusso "Manifesto" della città di Assisi in apertura dell'Anno Francescano dedicato all'ottavo centenario della nascita del santo. Ma non era casuale, non era occasionale e tanto meno pretestuoso. L'artista originario della gloriosa Sabratha di Libia - al sole di quell'Africa che Francesco aveva a lungo sognato come teatro d'un desiderato martirio in terra d'infedeli - si era già piegato sul mistero dell'esistenza dell'Assisano e fin dal 1978 si era posto profonde domande sull'origine della sua vocazione, come si vede nel collage eseguito appunto in quell'anno e dedicato al "Francesco cavaliere". Qualche mese dopo e sempre in Assisi, nel sacro Convento, apriva i suoi battenti - ed era l'aprile del 1982 - la mostra Immaginiamo un tema sacro, che vedeva Schifano unico testimone dell'arte contemporanea nella città del Santo. Ed ecco ancora, nel 1995 - in uno degli ambienti più belli, solenni e suggestivi, ma anche più difficili, dello "spazio sacro" di Firenze, la Cripta dei Caduti nella basilica di Santa Croce, le vetrate eseguite da Schifano che si era ispirato al Cantico delle Creature per effigiarvi i simboli degli elementi fondamentali del cosmo e della vita.
In quell’occasione, furono apprezzati e ammirati non solo la perizia artistica e il discorso poetico di Schifano, ma anche l’abilità tecnica che gli aveva permesso di creare vetrate senza legature di piombo e dai colori vividi e profondi,
che cambiavano quasi di qualità col cambiar della luce esterna e delle ore del giorno.